Negli anni Settanta, nella provincia spagnola di Almería, una delle più povere del Paese, devastata da alluvioni che distrussero i raccolti, nacque una soluzione innovativa: coprire i campi con grandi teli di plastica, sorretti da palizzate, per proteggere le colture dal clima. Così nacquero gli invernaderos, enormi serre a tunnel che oggi coprono oltre 65.000 ettari di territorio in Spagna, di cui il 72% solo in Andalusia. A colpo d’occhio, sembrano tende bianche infinite, visibili anche dai satelliti.
Questa rivoluzione agricola ha avuto un impatto produttivo straordinario: nel 2021, le serre hanno contribuito per oltre un terzo alla produzione orticola spagnola.
Tuttavia, la crescente richiesta di verdure tutto l’anno, spesso a costo basso, ha portato a un modello agricolo intensivo altamente insostenibile dal punto di vista ambientale:
- Trasformazione del paesaggio: le serre hanno cancellato interi ecosistemi, trasformando la zona in un deserto artificiale privo di biodiversità.
- Inquinamento da plastica: ogni anno vengono usati milioni di metri quadri di teli plastici. Quando un terreno si esaurisce, le serre vengono abbandonate, lasciando dietro rifiuti agricoli, pali spezzati, plastica al vento e colture secche.
- Sfruttamento delle risorse idriche: in aree già aride come l’Andalusia, le serre consumano quantità enormi di acqua, aggravando la desertificazione e prosciugando le falde.
- Uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi: per garantire alte rese, si ricorre a sostanze chimiche che contaminano suolo e acque, con danni a lungo termine per l’ecosistema.
- Alterazione del microclima: le superfici riflettenti dei teli creano un effetto “isola di calore”, che altera l’equilibrio climatico locale.
Inoltre, dietro questa efficienza produttiva si nasconde anche una grave questione sociale: lo sfruttamento della manodopera agricola, spesso composta da migranti.
- Chi lavora nelle serre? Migliaia di lavoratori stranieri, provenienti da Africa, America Latina e Paesi dell’Est, molti dei quali senza documenti, sono impiegati in condizioni precarie e prive di tutele.
- Condizioni disumane: turni estenuanti, retribuzioni sotto il salario minimo, mancanza di contratti, sicurezza e assistenza sanitaria. Molti vivono in baraccopoli ai margini delle serre, privi di acqua ed elettricità.
- Una filiera opaca: tutto questo avviene in una zona che produce 4,5 milioni di tonnellate di ortaggi l’anno, destinati soprattutto al nord Europa, alimentando una catena che premia la quantità a scapito della dignità.
Sono numerosi i documenti che attestano sistematicamente questo fenomeno, parlando di vere e proprie forme di “schiavitù moderna” in piena Europa.
Forse la prossima volta che metteremo nel carrello dei pomodori in inverno, varrebbe la pena chiederci da dove arrivano, chi li ha raccolti e a quale prezzo.
Per approfondire:
- Dissapore.com, 4 settembre 2025
- Maldita.es , 16 aprile 2025
- The Guardian, 31 marzo 2023
- El Pais, 30 luglio 2025

