Saronno x la Terra, dissesto idrogeologico: una sfida concreta anche per il Saronnese

Vivere in pianura può far pensare che frane e grandi movimenti del terreno siano problemi lontani. I numeri, però, raccontano altro: l’Italia concentra circa il 75% delle frane censite in Europa e la Lombardia è la regione con l’indice di franosità medio più alto del Paese (29,9% nelle aree montano-collinari). Un dato che riguarda l’intero sistema territoriale, non solo le zone alpine.

Il caso recente di Niscemi, in Sicilia, è emblematico. A gennaio 2026 una frattura lunga circa 4 chilometri ha lambito il centro abitato, costringendo oltre 1.500 persone all’evacuazione. Dal punto di vista scientifico si è trattato di una frana da scorrimento (o planare): strati sabbiosi sono scivolati su un livello di argilla impermeabile. Le piogge intense hanno saturato il terreno; l’acqua infiltrata ha raggiunto l’argilla che, comportandosi come un “lubrificante naturale”, ha ridotto l’attrito permettendo alla massa sovrastante di muoversi verso valle.

Un elemento chiave è che non si trattava di un fenomeno nuovo, ma della riattivazione di una frana già avvenuta in passato. La presenza di una “paleofrana” è uno dei principali indicatori di rischio: dove il terreno ha ceduto, può farlo di nuovo. Le frane sono fenomeni “attesi” — perché conosciamo le aree più fragili — ma non prevedibili con precisione nel momento esatto del collasso.

Cosa significa questo per il Saronnese? Pur non trovandoci in area montana, il nostro territorio è fortemente urbanizzato e impermeabilizzato. Con precipitazioni sempre più intense e concentrate — effetto evidente dei cambiamenti climatici — l’acqua non riesce a infiltrarsi nel suolo, scorre rapidamente in superficie e mette sotto pressione tombini, canali e rete fognaria. Il rischio qui si traduce soprattutto in allagamenti, cedimenti locali e stress delle infrastrutture.

Gli strumenti di prevenzione esistono: i Piani di assetto idrogeologico (Pai) individuano e classificano le aree a rischio; il monitoraggio satellitare consente di rilevare movimenti millimetrici del terreno; una pianificazione urbana attenta limita nuove costruzioni in zone vulnerabili. Accanto a questo, la tutela del verde e delle superfici permeabili aumenta la capacità di assorbimento dell’acqua.

La sicurezza non nasce nell’emergenza ma nella programmazione. 

Informarsi, partecipare al dibattito pubblico e sostenere scelte urbanistiche responsabili significa contribuire in modo concreto alla resilienza del territorio. Conoscere il suolo su cui viviamo è il primo passo per proteggerlo e per proteggere la nostra comunità.

Elisa Chiesa