La Terra è un pianeta straordinario, ma anche fragile, e troppo spesso ci comportiamo come se le sue risorse fossero inesauribili. È di questa consapevolezza che hanno dibattuto durante l ‘incontro svoltosi a Villa Gianetti lo scorso 22 settembre, Bruno Pagnanelli, blogger e podcaster che, dopo essere stato responsabile operativo della 28ª e della 32ª spedizione italiana in Antartide, nell’ambito del Progetto Nazionale ricerca in Antartide dell’ENEA, si dedica alla divulgazione delle tematiche climatiche e Franco Ferrario, ingegnere, studioso delle tematiche di sostenibilità e ideatore del progetto Città x la Terra.
Due approcci diversi, ma complementari: da una parte le prove scientifiche che documentano quanto sta accadendo, dall’altra le scelte che cittadini, imprese e istituzioni possono compiere per affrontare la situazione.
Pagnanelli ha iniziato il suo intervento ricordando il Pale Blue Dot, la celebre fotografia della Terra vista dallo spazio come un minuscolo punto azzurro immerso nell’oscurità. Un’immagine che restituisce immediatamente il senso della nostra fragilità e invita a guardare al pianeta con occhi diversi. Il racconto è poi passato alla sua esperienza di ricerca in Antartide, dove il ghiaccio conserva una testimonianza preziosa della storia dell’atmosfera terrestre.
Attraverso le carote estratte dalle profondità dei ghiacciai, gli scienziati possono infatti ricostruire le condizioni climatiche di centinaia di migliaia di anni fa. Gli strati di ghiaccio e le minuscole bolle d’aria intrappolate al loro interno funzionano come un archivio naturale, nel quale sono custodite informazioni sulla temperatura e sulla composizione dell’atmosfera. Progetti internazionali come EPICA e Beyond EPICA permettono di spingersi sempre più indietro nel tempo, offrendo elementi indispensabili per comprendere l’evoluzione del clima.
È proprio il confronto con il passato a rendere evidente la particolarità della situazione attuale. Nella lunga storia della Terra si sono verificati cambiamenti climatici anche profondi, ma oggi colpisce soprattutto la rapidità del riscaldamento, legato in larga misura alle attività umane. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO₂), aumentata soprattutto a causa dell’uso dei combustibili fossili e della deforestazione, ha raggiunto livelli eccezionali rispetto a quelli documentati nelle ricostruzioni paleoclimatiche più recenti.
A preoccupare è anche il modo in cui i diversi fenomeni possono rafforzarsi a vicenda. Quando i ghiacci si ritirano, per esempio, diminuisce la superficie bianca che riflette la radiazione solare e aumenta quella che assorbe calore. Il risultato è un ulteriore innalzamento delle temperature, che favorisce altra fusione dei ghiacci. È uno dei meccanismi di retroazione che rendono il sistema climatico così complesso.
Le conseguenze sono ormai riconoscibili in fenomeni come ondate di calore, siccità, incendi, precipitazioni intense e alluvioni, insieme al riscaldamento degli oceani e alla perdita delle superfici glaciali. Per comprendere davvero queste trasformazioni, ha sottolineato Pagnanelli, non basta ricordare un’estate particolarmente calda o un inverno rigido: bisogna osservare le serie storiche e le medie climatiche di lungo periodo. Il tempo che fa oggi non coincide necessariamente con la tendenza del clima.
Un altro ostacolo è rappresentato dalla disinformazione, che circola soprattutto online e contribuisce a creare confusione. Per orientarsi, è fondamentale distinguere le ricerche scientifiche sottoposte a verifica da affermazioni prive di solide basi. Ma conoscere il problema, da solo, non basta. Ed è qui che si inserisce il contributo di Franco Ferrario.
Il suo intervento ha spostato l’attenzione dalla dimensione scientifica a quella sociale ed economica, partendo da una considerazione: la transizione ecologica non può essere affidata soltanto alle nuove tecnologie. Dagli anni Settanta a oggi, la crescita dei consumi ha fatto aumentare enormemente la domanda di energia e le emissioni. Non conta soltanto quante persone abitano il pianeta, ma anche quanto consumano e quali risorse utilizzano.
Le responsabilità, inoltre, non sono distribuite in modo uniforme. I Paesi più ricchi e le fasce più benestanti della popolazione tendono ad avere un’impronta ambientale maggiore e devono quindi contribuire in misura proporzionata alla riduzione delle emissioni. Ferrario insiste soprattutto sull’urgenza di intervenire: fissare obiettivi lontani non è sufficiente se non si comincia a cambiare subito. È come cercare di rallentare una grande nave: per modificare la rotta occorre agire per tempo, non quando ci si trova ormai troppo vicini all’ostacolo.
Le energie rinnovabili sono una componente essenziale della soluzione, ma devono essere accompagnate da un diverso modo di produrre e consumare. Ridurre gli sprechi alimentari, riparare gli oggetti invece di sostituirli, utilizzare più a lungo vestiti e apparecchi, limitare gli spostamenti in automobile quando esistono alternative e scegliere acquisti più consapevoli sono gesti che, moltiplicati per milioni di persone, possono fare la differenza. Non si tratta necessariamente di rinunciare, quanto piuttosto di imparare a utilizzare meglio ciò che abbiamo.
Questo, però, non significa scaricare la responsabilità sui singoli cittadini. Per Ferrario, le scelte individuali devono andare di pari passo con quelle politiche ed economiche. Le amministrazioni locali, in particolare, possono diventare protagoniste della transizione attraverso iniziative come “Città per la Terra”, il progetto che punta a coinvolgere i Comuni nella costruzione di comunità più sostenibili, intervenendo sulla mobilità, sui servizi e sull’organizzazione urbana.
Al centro della riflessione c’è anche il futuro delle nuove generazioni. Un questionario rivolto agli studenti delle scuole superiori, al quale hanno risposto circa 2.700 ragazzi su un campione di 6.000, ha evidenziato una forte preoccupazione per il domani, accompagnata da un diffuso senso di impotenza. Molti giovani ritengono che le istituzioni europee e internazionali prestino maggiore attenzione al loro futuro rispetto ai governi nazionali, ai Comuni, ai partiti e alla scuola. Anche gli adulti, genitori compresi, sono spesso percepiti come poco impegnati.
È un segnale che non può essere ignorato. Le decisioni prese oggi ricadranno soprattutto su chi è più giovane e dovrà convivere più a lungo con le conseguenze delle scelte attuali. La questione ambientale diventa così anche una questione di responsabilità tra generazioni.
Nonostante la gravità del quadro, entrambi i relatori invitano a non cedere al senso di impotenza. Pagnanelli conclude richiamando la favola africana del colibrì che, mentre la foresta brucia, trasporta una piccola goccia d’acqua per contribuire a spegnere l’incendio. Il suo gesto può sembrare insignificante, ma esprime la volontà di non restare a guardare.
È questo, in fondo, il messaggio comune dei due interventi: ciascuno può contribuire al cambiamento, ma l’impegno personale deve accompagnarsi a decisioni collettive coraggiose. La scienza ci aiuta a capire che cosa sta succedendo; spetta alla società trasformare questa consapevolezza in scelte concrete. Perché il futuro non dipende soltanto da ciò che sapremo inventare, ma anche da come decideremo di vivere, produrre e consumare già da oggi.

