Ecco il video della serata:
Ecco il commento di Bruno Pagnanelli sulla 2 giorni a Desio e Saronno
Appena il tempo di spedire il messaggio ai miei amici e loro, mi hanno subito piazzato il fotomontaggio di me come Totò e Peppino, in quel “noi vulevòn savuàr…”
E invece ci sono arrivato a Milano.
Poi a Desio, per una ex professoressa che ha avuto il coraggio di chiamarmi per raccontare le mie cose. Una di quelle signore che con calma, con metodo, con pazienza, si sta dando da fare per riportare le persone ad ascoltare, a leggere. Flavia mi ha chiamato insieme al “prof”, Franco Ferrario, con cui spesso mi sento e con cui avevamo condiviso quel progetto che si chiama “città per la terra”, frutto della sua volontà, di quella immensa motivazione e capacità di raccontare che ha e che dice “dobbiamo fare qualcosa”.
Insomma, lei insieme a Franco hanno organizzato l’incontro, di quelli che prenoti e che poi i posti si riempiono tutti, di quelli in cui incontri le autorità cittadine e che poi ci pensi dopo che non dovevi dire parolacce mentre parlavi. Di quelli che anche con il caldo erano lì.
Flavia peraltro è un esempio perfetto di partecipazione, di civiltà, di empatia, di cittadinanza attiva. Se non fosse stato per lei tutto quello che è successo non sarebbe mai avvenuto. Anche quello che poi racconterò qui sotto. Ho avuto la fortuna ed il privilegio di raccontare grazie a lei, di andare con Franco, di rivolgermi ad un pubblico interessato e di passar loro le nostre storie, la nostra logica. Che spesso è veramente basica. Per lei.
Poi Franco, il prof., una macchina da guerra, con una grinta e un piglio che uccide l’autostima di chiunque (mi ha ammazzato dandomi una bicicletta e obbligandomi a seguirlo!) visto che ero lì, ha organizzato un altro incontro per la sera, in una villa magnifica della sua città, Saronno, in cui ho incontrato alcuni degli amministratori della città, che ringrazio per l’ospitalità e per la pazienza avuto di fronte al mio eloquio a mitraglia. Spero di esser stato sufficientemente “sobrio”.
Prima di dimenticarlo, ringrazio tutti: chi ci ha messo il tempo, chi è venuto, chi mi ha ospitato, chi mi ha dato l’opportunità di raccontare le mie motivazioni, il perché, a chi devo queste attività e non lo dico per piaggeria.
Lo dico perché anche con i contenuti, quello che scrivo e che dico è diretto, non ha filtri, e spesso nelle sede istituzionali, non va proprio bene. Perché nonostante sia la persona più buona del mondo, poi quando parlo, mi si chiude la vena, divento emotivo, spesso impulsivo, sanguigno. Mai coi fatti eh, solo con le parole.
Ma quella comunicazione spesso apre gli occhi.
Quindi questo testo è si un ringraziamento ma anche le mie scuse formali.
Ora vengo alla cosa che invece volevo sottolineare, la cosa che non mi aspettavo e che invece mi ha dato forse l’abbraccio più forte che io abbia mai ricevuto.
Perché Franco la mattina del secondo giorno mi ha fatto un regalo.
Lo ripeto, questi 3 giorni lo sono stati magnifici per la compagnia, i luoghi, l’ospitalità ma vorrei soffermarmi su quello che invece è accaduto martedì mattina. Perché tramite Franco Ferrario e la preside ho avuto la fortuna di parlare a 400 ragazzi dei quarti e dei quinti del liceo scientifico G.B. Grassi di Saronno.
Parlo di regalo perché per me sono loro il target. E lo dico senza timore di offendere chi mi ha ospitato. Quella gioventù, quei capelli, quell’energia, quella voglia di vivere, di esserci, di crescere, la loro stessa fragilità per me sono l’unica speranza che ha un mondo meraviglioso, governato da vecchi miliardari impuniti.
E senza nulla togliere alle conferenze di Desio e di Saronno, volevo soffermarmi su quei 400 perché mi hanno preso, mi hanno convinto che potevo stare con loro, che potevo dirgli cose. Hanno vinto loro, mi hanno aperto letteralmente l’anima. Io li vedevo gli occhi, da davanti si vedono, si vedono se ti seguono, ,si vedono se si aprono.
Mentre parlavo forse in una sorta di trance egoistica vedevo cosa succedeva e nonostante l’iniziale diffidenza, quei 4 o 5 che ci sono sempre, la maggioranza era lì, era con me. Ho avuto l’impressione che volessero vedere attraverso me, che voessero sapere anche più di quello che raccontavo loro. E quel potere, quella forza mi arrivava dentro, mi esaltava, mi ha liberato da ogni filtro.
Per la prima volta gli ho dato tutto quello che potevo.
Tutto quello che mi veniva, perché sono cambiato, perché volevo esser lì, la rabbia, le motivazioni, il dolore.
Si, il dolore.
Alla fine.
Quando lo racconto, quando dico perché sono lì, a chi lo devo.
Quando riguardo dentro i miei ricordi e penso a quello che ho vissuto. E non c’erano filtri, non ce n’erano. Proprio perché non c’erano è passato tutto, come un fiume in piena.
C’è stato un attimo in cui il silenzio è calato come un liquido in una sala troppo grossa per contenerlo.
Poi è successo.
Il dopo.
Non mi era mai capitato.
Non sono usciti senza guardare, non sono passati vergognosi, timidi.
Sono passati vicino, mi cercavano, come se volessero le mie mani, poi uno ci ha provato, ho riposto, uno, due, cinque, dieci.
Mi hanno stretto le mani, mi dicevano cose.
Uno non ricordo chi, perché ancora adesso mi emoziona, mi ha abbracciato.
Un ragazzo di 19 anni che non ho mai visto, mi ha detto grazie e mi ha abbracciato.
E io non sapevo cosa dire, cosa fare.
Sono rimasto lì, come la mucca che guarda il treno.
E solo adesso, dopo due giorni, trovo di nuovo la ragione per raccontare perché quei ragazzi sono speranza e perché mi hanno così colpito.
Per una volta sono stato io a chinare lo sguardo. A girarmi.
Stavolta sono stato io ad non esser capace di reggere tutta quella meraviglia.
Grazie mille a tutti.

